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Di seguito gli interventi pubblicati in questa sezione, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 26/12/2009 @ 11:20:18, in Studentesse di ieri, linkato 114 volte)

Gli studenti: le sue parole sono una bussola


 Tra i giovani che hanno pregato con Ratzinger Elisena: ci fa sentire guidati e accompagnati, Daniele: questi incontri aiutano la nostra fede, Angelica: il bene si impara dai gesti concreti

 « U na bussola per il per¬corso che siamo chia¬mati a vivere con di¬scernimento ». Elisena Franzese, 24 anni e studentessa di medicina all’U¬niversità La Sapienza, definisce così le parole di Benedetto XVI. Con la pas¬sionalità partenopea che la contrad¬distingue, era tra le centinaia di gio¬vani che ieri hanno voluto comincia¬re con il Papa la novena di Natale, pre¬gando con lui nella Basilica vaticana. «Il Santo Padre ci fa sentire guidati e accompagnati: siamo sollecitati dal¬la sua figura e dalle parole che ci ri¬volge », aggiunge Elisena, originaria della provincia di Napoli, che sogna la specializzazione in oncologia e vi¬ve nella capitale da oltre quattro an- ni, inserita in una parrocchia come e¬ducatrice dell’Azione cattolica ragaz¬zi.
  «Fino allo scorso anno sono stata al¬lieva del Collegio Regina Mundi, gra¬zie al quale sono entrata in contatto con il mondo della pastorale univer¬sitaria: un’opportunità per ricevere quelle risposte che ci servono a o¬rientare meglio le nostre scelte in un cammino di vita e di studio, a volte insidioso e problematico». Difficoltà che costellano la giornata dei fuori¬sede, alle prese con i problemi del¬l’alloggio e dell’inserimento in un nuovo contesto sociale, a volte di¬spersivo in una metropoli come quel¬la romana. Si è trovato spaesato, all’i¬nizio della sua permanenza a Roma, anche il ventiquattrenne Daniele Co¬racci: da Palermo si è ritrovato nel¬l’autunno del 2004 all’Università Cat¬tolica del Sacro Cuore; ora è al sesto anno ed è interno a neurologia. «Ora vivo con altri sei studenti in uno dei miniappartamenti messi a disposi¬zione per noi nel campus dell’ate¬neo », riferisce. Grazie alla pastorale universitaria, due anni fa Daniele è diventato mem¬bro della Consulta dei collegi cattoli¬ci universitari romani: «Organizzia¬mo eventi culturali, ad esempio al Teatro Argentina, che coinvolgono i singoli collegi oppure aperti a tutti gli studenti, collaborando con il Vicaria¬to di Roma». Stretta la collaborazione con gli assistenti spirituali dell’ateneo e con gli altri giovani che compiono lo stesso itinerario formativo: «Ci ap¬poggiamo alla fede e gli incontri con il Papa ci aiutano a viverla in manie¬ra più profonda – confida Daniele –. Le sue parole rappresentano per noi insegnamenti da seguire per poter fi¬nalizzare la nostra esistenza alla pie¬na umanità e all’aiuto degli altri».
  E il servizio ai più deboli è stato un e¬lemento importante nel cammino di Angelica Tiozzo, al terzo anno dell’U¬niversità di Roma Foro Italico, emo¬zionata e «onorata» nel salutare il Pontefice a nome di tutti gli studenti presenti in San Pietro. Studio la mat¬tina, lavoro in palestra il pomeriggio, la ventiquattrenne di Ladispoli – sul litorale romano – ha scoperto la bel¬lezza del Vangelo dai suoi genitori, en¬trambi cooperatori salesiani, ma an¬che «andando alla mensa Caritas quando ero ancora piccola e aiutan¬do mia nonna a cucinare, la domeni¬ca sera, per un centro anziani: penso che ai bambini si possa insegnare a fa¬re del bene partendo proprio da gesti concreti».
 
da Avvenire 18 dicembre 2009
di  LAURA BADARACCHI

 
Di Admin (del 28/04/2009 @ 11:04:00, in Studentesse di ieri, linkato 365 volte)

ANNA CAPPELLA
ex studentessa di medicina del  Regina Mundi

Quando si è presentata nel lontano 1947, proveniente da Sulmona, subito dopo la guerra che le aveva strappato la madre, una sorella e il fidanzato, le fu detto dalla direttrice Costanza Senni che  non c’era più posto nel Collegio Universitario Femminile Regina Mundi di Roma, ma lei insistette: fatemi dormire almeno  in un sottoscala, ma da qui non me ne posso andare. Le fu assegnata una camera al quarto piano. Trascorse un anno alquanto sereno frequentando Medicina a La Sapienza. L’accoglienza da parte delle compagne fu affettuosa, le furono molto vicine, in particolare la orientò nella vita del collegio  la collega Giuseppina Cicchetti, anche lei proveniente  dall’Abruzzo.
    L’assistente spirituale delle universitarie, Mons. Terzariol, in quel periodo  fu per tutte un maestro di vita spirituale e di aiuto per un discernimento vocazionale. Anna  ed altre giovani ospiti si rivolsero a lui per avere chiarimenti sulla vita professionale e sulla vocazione missionaria che si stava delineando in loro. Dopo un anno di corso e di vita al Regina Mundi Anna partì  per Gubbio dove le Missionarie della scuola della Madre Tincani avevano la casa madre e la casa di formazione.
     Ritornò al Regina Mundi da giovane religiosa e completò i suoi studi laureandosi in  medicina con una tesi in ostetricia e ginecologia nel novembre 1952. Continuò gli studi alla Sapienza anche per la specializzazione. Il desiderio di Anna erano  le missioni, ma per il momento questa aspirazione non poteva attuarsi.
   Con il Vescovo indiano di Kottayam,  Monsignor Tharayil, e la consorella indiana Massimina Lewis nel 1954 si recò negli Stati Uniti, che considerò quasi la sua seconda patria, di cui era orgogliosa anche di avere  la cittadinanza, per lavorare in ostetricia e ginecologia presso il St. Francis Hospital ad Hartford - Connecticut –
   In quell'ospedale le fu subito affidato molto lavoro che le permise di attuare una reale specializzazione. Visse quel periodo tra il lavoro lo  studio la preghiera e  lontana dalle consorelle fisicamente ma unita a loro nella fraternità profonda. I primi tempi furono molto duri per la difficoltà della lingua del settore medico, per l'orario di lavoro che la impegnava anche di notte. Si dedicava con particolare comprensione alle pazienti italiane che non conoscevano la lingua. La cappella dell'ospedale e la ‘cella interiore’ della sua anima, erano il suo più grande conforto insieme alle lettere che la  Madre Tincani e le altre sorelle non le facevano mancare.
  Il Signore la compensava mostrandosi prodigo di aiuti e di grazie in quel lavoro missionario, pieno di responsabilità non lievi, dove conobbe anche i disagi della concorrenza nel lavoro, l'amarezza dei pregiudizi verso di lei, straniera e donna professionista. Lavorò in seguito a Boston, presso il St. Elizabeth Hospital. Al termine del corso di specializzazione discusse brillantemente alla Sapienza la tesi col Prof. Cattaneo. Dopo un periodo di pratica in ospedali di Roma, ripartì per l'America dove il 1° gennaio 1960 incominciò l'anno di internato al Mary Immaculate Hospital - Jamaica 32- New York.  Fece il Post graduate Course al New York Poly Clinic - NY. e un corso di sei mesi di Ginecologia al Bellewue Hospital di New York. Dal 63 al 71 si divise tra l’America e l’Italia dove ebbe anche l’incarico di assistente presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.
  Nell'agosto 1971 rientrò definitivamente in Italia e fu molto vicina alla sua Madre Fondatrice sofferente per un cancro  che  Anna curò con intelligenza e amore filiale. Realizzò la sua aspirazione di partire per il Pakistan e lavorò nel St. Dominic's Hospital di Bahawalpur.
La conoscenza dei coniugi Billings avvenne nel 1974 durante la partecipazione ad un convegno a Sidney sulla regolazione delle nascite secondo il metodo naturale promosso dai coniugi Billings di cui divenne subito diretta collaboratrice. Fece conoscere  tale metodo  in Pakistan e poi in Italia.
Nel 1978 conobbe, per espresso desiderio del Santo Padre, la dottoressa Wanda Poltawska con la quale lavorò assiduamente. Incoraggiata dal S. Padre Giovanni Paolo II che la trattava come sua figlia e la ringraziava per la luce che gli dava, e sostenuta dai Coniugi Billings fu prima Direttrice del Consultorio Familiare presso la Facoltà di medicina del Policlinico Gemelli, poi, dal luglio 1980, Direttrice del Centro Studi e Ricerche sulla Regolazione Naturale della Fertilità all'Università Cattolica del S. Cuore, dove lavorò per la promozione della vita e della famiglia in tutto il mondo.
  Ebbe dall'ottobre 1983 l'insegnamento presso l'Istituto per la Famiglia Giovanni Paolo II°. Preparò congressi internazionali e fece molti viaggi in tutto il mondo per far conoscere  il metodo Billings. Nel marzo 1991 il Santo Padre Giovanni Paolo II nominò Anna Cappella Membro del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari. La dottoressa Lyn Billings, nell'intervista rilasciata al giornalista Angelo Montonati nel 1998, chiamava Anna Cappella una collaboratrice davvero meravigliosa e diceva fra l'altro: "Fin dal nostro primo incontro – in Pakistan – la vedemmo particolarmente interessata alla filosofia della pianificazione naturale delle nascite: in effetti, si era subito resa conto che si trattava soprattutto di un messaggio di attenzione e di amore per le famiglie. Anna ha svolto in questi anni uno straordinario lavoro, insegnando il metodo ai missionari e alle missionarie che passavano da Roma e organizzando conferenze e convegni per l'Africa, l'Europa, e insegnando in varie parti del mondo. Inoltre ha dato vita a concreti programmi d'insegnamento in tutta Italia, riunendo intorno a sé un gruppo validissimo di donne motivate e altamente qualificate per quanto riguarda la filosofia del metodo e fedeli all'insegnamento della Chiesa".
  Ricordo con particolare emozione l’incontro di Anna con Madre Teresa di Calcutta, che l’aveva chiamata perché insegnasse alle sue figlie il metodo.
  Il 25 novembre 2005, nell'aula Vito del Policlinico Agostino Gemelli, è stata consegnata ad Anna Cappella da Mons. Elio Sgreccia, già ordinario di Bioetica all'Università Cattolica e Presidente della Pontificia Accademia per la vita, una targa, premio alla carriera, con la seguente motivazione: "Per l'incalcolabile contributo alla diffusione del Metodo Billings in Italia e nel mondo, promuovendo sempre, instancabilmente, i valori comuni a cui si ispirano le diverse metodiche naturali".
Ammalatasi, trascorse gli ultimi anni della sua vita in mezzo a noi  sorelle sempre col suo dolce sorriso, prima a Villa Ave Maria e poi a Firenze dove il Signore amante della vita l’ha portata con Lui il 20 aprile 2009.

AD

 
Di Admin (del 17/06/2008 @ 11:30:11, in Studentesse di ieri, linkato 228 volte)

Proveniente dalla Calabria ho maturato la mia esperienza universitaria in un collegio a Roma, il Regina Mundi: ho studiato a La Sapienza e ho conseguito una laurea in medicina e chirurgia, conseguendo poi una specializzazione e un dottorato di ricerca in epatologia.
Entrando nell’argomento devo dichiarare un imbarazzo, l’imbarazzo che il termine eccellenza mi produce, perché è un termine che non mi fa sentire perfettamente a mio agio, perché epidermicamente, in una prima lettura superficiale, mi rimanda ad un’idea di superiorità, sebbene in riferimento sempre a delle qualità di per sé buone. C’è il rischio che questo termine sottenda, più o meno larvatamente un protagonismo egocentrato.
Mi conforta forse la radice etimologica di questa parola, excellere, che in fondo vuol dire “precedere”, ma anche “tirar fuori”, quasi un far venire alla luce e questo portare alla luce è un terreno su cui io forse mi sento più a mio agio, perché personalmente ritengo di avere vissuto degli anni universitari ricchi, intensi e per altro particolarmente faticosi: la vita di collegio ha fatto emergere tante mie attitudini di cui non avevo a quel tempo una piena consapevolezza e raccontarvi la mia esperienza non può non emozionarmi tuttora in un flash back che mi riporta in un tempo che sento ancora oggi come bello.
Ecco due sottolineature: la prima è che probabilmente io ero nella condizione di trarre il meglio, il massimo, dalla proposta formativa che mi veniva offerta; la seconda è che il giudizio che oggi do, garantisce in un certo senso la veridicità del giudizio attuale.
Nella fase di passaggio dal Liceo all’Università la mia famiglia ha inciso sulla mia scelta nella consapevolezza che la scelta del collegio è comunque una scelta che garantisce sicurezza, una scelta rassicurante.
A questo si aggiunge l’istanza di non vivere in solitudine quell’esperienza facendo nascere il desiderio di condividerla con altre persone della mia stessa età anche se non sono mancate le delusioni.
Aggiungo la novità in quegli anni della mia permanenza della presenza circa 100 ragazze di estrazione geografica diversa e anche di facoltà diverse, l’interdisciplinarietà che si veniva a realizzare nei momenti della vita comune, la possibilità di confrontarsi con le altre, di conoscere da vicino facoltà che non erano la propria e che magari non si sarebbero mai conosciute, se una persona fosse rimasta in un gruppo omogeneo alla propria disciplina.
Dunque una ricchezza interdisciplinare che si realizzava in un certo senso tra pari, tra studenti, tra discenti, ma anche in una sorta di piccola comunità tra docenti e discenti, comunità molto spesso in alternativa a quella che era segnata dai rapporti tradizionali che si vivevano all’interno dell’Università. Ma la novità stava nel fatto che questa comunità di docenti e di discenti si qualificava anche come comunità di credenti e questo era un luogo e un aiuto per molte di noi a ripensare in maniera critica le ragioni del proprio credo e della propria fede.
Accanto a questo erano proposte molte iniziative culturali, che mi hanno dato la possibilità di conoscere altri mondi e di conoscere anche personalità di rilievo, esempio di come la residenzialità così qualificata possa essere veramente un grande servizio che viene offerto alla persona che studia e allo studente fuori sede.
Questo è vero ancora oggi e forse oggi è più vero che mai, in quanto stiamo vivendo un momento di grandi svolte epocali, di grandi mutamenti culturali e sociali poiché siamo in un tempo nel quale chi non affina la capacità di pensare e di pensare in maniera critica rischia l’omologazione, rischia la sudditanza al pensiero dominante. Penso allo scientismo, alla deriva tecnologica, alle grosse sfide della bioetica, alla prepotenza del mercato e penso che questo per me è stato importantissimo, perché spesso lo studente tende a pensare che il tempo per lo studio coincida con il tempo degli esami, tempi non sempre coincidenti legati anche alle riforme universitarie circa i riordinamenti, anche se molte discipline eccessivamente frammentate rischiano di trasformare l’Università in un esamificio; ma in riferimento a questo, credo che non è data una professionalità competente là dove non c’è una competenza umana.
L’esercizio critico della ragione è indispensabile per la realizzazione di una professionalità alta che “sa”, e questo verbo non lo metto qui a caso, che sa mettersi al servizio della persona perché vivere insieme in una comunità presuppone che uno debba riconoscere l’altro, cioè il mio limite, poi si può riconoscere l’altro come altro da me e si può ancora riconoscere l’altro come l’altro per me, ed è qui che comincia la possibilità di percepire il proprio essere come essere in relazione ed è anche qui che comincia la possibilità del servizio.
La mia personale esperienza mi porta a dire che a volte non s’impara a servire solo servendo, ma anche stando seduti a tavola, sostenendo che nessuno in fondo possa dare ciò che a sua volta non abbia ricevuto.
Proprio così nei miei anni universitari, segnati anche da una situazione difficile di salute, ho sperimentato proprio nel collegio il sostegno di una comunità che mi accoglieva e che accoglieva anche quella mia non facile situazione, sperimentando materialmente come l’altro era lì per me. Questa palestra di vita mi ha dato l’occasione di imparare a mia volta che se l’altro era lì per me anch’io potevo essere lì per l’altro. E’ un’educazione che ho fatto mia e che ora, ogni giorno, sperimento e vivo lasciandomi sempre aperta quella esistenziale domanda di fondo “chi sei tu per me?”, alla quale rispondo ancora oggi con “io sono qui per te”. Là dove io non ho la forza di essere lì per l’altro, devo riconoscere che l’altro è lì per me e così riparto.
Ho imparato così a mettere a servizio degli altri la mia professione e le mie competenze, sperimentando un’accoglienza e lasciandomi accogliere. A conclusione del mio intervento voglio lasciare, specialmente ai più giovani, un’immagine di Clodel: “c’era un uomo che osservava dei trasportatori di pietre, e chiese al primo: tu cosa fai? – non vedi trasporto le pietre – chiese poi ad un altro, tu che fai? – Mi guadagno da vivere – Chiese ad un altro ancora: tu cosa fai? – e quello rispose: - Trasporto le pietre per sfamare la mia famiglia, ed ancora ad un altro – tu che fai? – Io costruisco la polis, la città, e ad un altro ancora – Tu che fai? – Io costruisco il regno di Dio.
Ecco l’augurio che io faccio a noi tutti qui presenti, a noi che trasportiamo le pietre in vario modo ed a vario titolo, di saper intravedere i diversi orizzonti di senso, di avere il coraggio di dare a questi orizzonti il proprio nome e di coglierne la differenza.

Cristina Lucchetta

intervento pronunciato nel 2007 a Perugia al Convegno Nazionale Collegi Universitari

 
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Impariamo a studiare per la vita, impariamo la responsabilità individuale e sociale che noi abbiamo assunta abbracciando questa via dello studio, la quale responsabilità ci impone di acquistare una vera cultura ed impariamo le responsabilità sociali e individuali che questa acquistata cultura ci impone. "

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UMILTA' e DOVEROSITA' ecco la buona volontà che Dio vuole da noi per darci la sua pace.E anche se si deve spendere un po' di fatica per acquistare questa umiltà e doverosità, come sarà ben ricompensata dalla pace che fiorirà nel suo cuore. 

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Buon Anno, con tutto quello che porta con sè di responsabilità e di doveri che prevediamo e con tutto quello di ignoto a noi che porterà con sè. Tutto sia vivo nella santa volontà di Dio e noi possiamo riposare serenamente, abbandonate nella dolce Provvidenza divina.

L.T. 1954



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