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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Admin (del 17/06/2008 @ 11:30:11, in Studentesse di ieri, linkato 230 volte)

Proveniente dalla Calabria ho maturato la mia esperienza universitaria in un collegio a Roma, il Regina Mundi: ho studiato a La Sapienza e ho conseguito una laurea in medicina e chirurgia, conseguendo poi una specializzazione e un dottorato di ricerca in epatologia.
Entrando nell’argomento devo dichiarare un imbarazzo, l’imbarazzo che il termine eccellenza mi produce, perché è un termine che non mi fa sentire perfettamente a mio agio, perché epidermicamente, in una prima lettura superficiale, mi rimanda ad un’idea di superiorità, sebbene in riferimento sempre a delle qualità di per sé buone. C’è il rischio che questo termine sottenda, più o meno larvatamente un protagonismo egocentrato.
Mi conforta forse la radice etimologica di questa parola, excellere, che in fondo vuol dire “precedere”, ma anche “tirar fuori”, quasi un far venire alla luce e questo portare alla luce è un terreno su cui io forse mi sento più a mio agio, perché personalmente ritengo di avere vissuto degli anni universitari ricchi, intensi e per altro particolarmente faticosi: la vita di collegio ha fatto emergere tante mie attitudini di cui non avevo a quel tempo una piena consapevolezza e raccontarvi la mia esperienza non può non emozionarmi tuttora in un flash back che mi riporta in un tempo che sento ancora oggi come bello.
Ecco due sottolineature: la prima è che probabilmente io ero nella condizione di trarre il meglio, il massimo, dalla proposta formativa che mi veniva offerta; la seconda è che il giudizio che oggi do, garantisce in un certo senso la veridicità del giudizio attuale.
Nella fase di passaggio dal Liceo all’Università la mia famiglia ha inciso sulla mia scelta nella consapevolezza che la scelta del collegio è comunque una scelta che garantisce sicurezza, una scelta rassicurante.
A questo si aggiunge l’istanza di non vivere in solitudine quell’esperienza facendo nascere il desiderio di condividerla con altre persone della mia stessa età anche se non sono mancate le delusioni.
Aggiungo la novità in quegli anni della mia permanenza della presenza circa 100 ragazze di estrazione geografica diversa e anche di facoltà diverse, l’interdisciplinarietà che si veniva a realizzare nei momenti della vita comune, la possibilità di confrontarsi con le altre, di conoscere da vicino facoltà che non erano la propria e che magari non si sarebbero mai conosciute, se una persona fosse rimasta in un gruppo omogeneo alla propria disciplina.
Dunque una ricchezza interdisciplinare che si realizzava in un certo senso tra pari, tra studenti, tra discenti, ma anche in una sorta di piccola comunità tra docenti e discenti, comunità molto spesso in alternativa a quella che era segnata dai rapporti tradizionali che si vivevano all’interno dell’Università. Ma la novità stava nel fatto che questa comunità di docenti e di discenti si qualificava anche come comunità di credenti e questo era un luogo e un aiuto per molte di noi a ripensare in maniera critica le ragioni del proprio credo e della propria fede.
Accanto a questo erano proposte molte iniziative culturali, che mi hanno dato la possibilità di conoscere altri mondi e di conoscere anche personalità di rilievo, esempio di come la residenzialità così qualificata possa essere veramente un grande servizio che viene offerto alla persona che studia e allo studente fuori sede.
Questo è vero ancora oggi e forse oggi è più vero che mai, in quanto stiamo vivendo un momento di grandi svolte epocali, di grandi mutamenti culturali e sociali poiché siamo in un tempo nel quale chi non affina la capacità di pensare e di pensare in maniera critica rischia l’omologazione, rischia la sudditanza al pensiero dominante. Penso allo scientismo, alla deriva tecnologica, alle grosse sfide della bioetica, alla prepotenza del mercato e penso che questo per me è stato importantissimo, perché spesso lo studente tende a pensare che il tempo per lo studio coincida con il tempo degli esami, tempi non sempre coincidenti legati anche alle riforme universitarie circa i riordinamenti, anche se molte discipline eccessivamente frammentate rischiano di trasformare l’Università in un esamificio; ma in riferimento a questo, credo che non è data una professionalità competente là dove non c’è una competenza umana.
L’esercizio critico della ragione è indispensabile per la realizzazione di una professionalità alta che “sa”, e questo verbo non lo metto qui a caso, che sa mettersi al servizio della persona perché vivere insieme in una comunità presuppone che uno debba riconoscere l’altro, cioè il mio limite, poi si può riconoscere l’altro come altro da me e si può ancora riconoscere l’altro come l’altro per me, ed è qui che comincia la possibilità di percepire il proprio essere come essere in relazione ed è anche qui che comincia la possibilità del servizio.
La mia personale esperienza mi porta a dire che a volte non s’impara a servire solo servendo, ma anche stando seduti a tavola, sostenendo che nessuno in fondo possa dare ciò che a sua volta non abbia ricevuto.
Proprio così nei miei anni universitari, segnati anche da una situazione difficile di salute, ho sperimentato proprio nel collegio il sostegno di una comunità che mi accoglieva e che accoglieva anche quella mia non facile situazione, sperimentando materialmente come l’altro era lì per me. Questa palestra di vita mi ha dato l’occasione di imparare a mia volta che se l’altro era lì per me anch’io potevo essere lì per l’altro. E’ un’educazione che ho fatto mia e che ora, ogni giorno, sperimento e vivo lasciandomi sempre aperta quella esistenziale domanda di fondo “chi sei tu per me?”, alla quale rispondo ancora oggi con “io sono qui per te”. Là dove io non ho la forza di essere lì per l’altro, devo riconoscere che l’altro è lì per me e così riparto.
Ho imparato così a mettere a servizio degli altri la mia professione e le mie competenze, sperimentando un’accoglienza e lasciandomi accogliere. A conclusione del mio intervento voglio lasciare, specialmente ai più giovani, un’immagine di Clodel: “c’era un uomo che osservava dei trasportatori di pietre, e chiese al primo: tu cosa fai? – non vedi trasporto le pietre – chiese poi ad un altro, tu che fai? – Mi guadagno da vivere – Chiese ad un altro ancora: tu cosa fai? – e quello rispose: - Trasporto le pietre per sfamare la mia famiglia, ed ancora ad un altro – tu che fai? – Io costruisco la polis, la città, e ad un altro ancora – Tu che fai? – Io costruisco il regno di Dio.
Ecco l’augurio che io faccio a noi tutti qui presenti, a noi che trasportiamo le pietre in vario modo ed a vario titolo, di saper intravedere i diversi orizzonti di senso, di avere il coraggio di dare a questi orizzonti il proprio nome e di coglierne la differenza.

Cristina Lucchetta

intervento pronunciato nel 2007 a Perugia al Convegno Nazionale Collegi Universitari

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Questo il tema del terzo convegno nazionale dei direttori e degli studenti dei collegi universitari di ispirazione cristiana, tenutosi a Roma presso il Grand Hotel Carpegna ( Domus Mariae) dal 10 al 12 novembre 2006, promosso dall’Ufficio per l’Educazione la Scuola e l’Università della Conferenza Episcopale Italiana.

Il giovane studente fuori sede nel collegio universitario si ritrova a vivere in un contesto che fino all’ età di 18 o 19 anni non ha conosciuto. È tutto completamente nuovo e tutto ingigantito a partire dai numeri : in famiglia si è in 5, nel gruppo di vecchi amici in 10, a scuola in 25, in collegio mediamente si è in 60!

Relazionare ogni giorno e per anni con 60 persone diverse mai viste prima, potrebbe far paura ma in collegio questo sentimento si modifica, perché da subito e in maniera spontanea il giovane si ritrova immerso nel mondo della conoscenza dell’altro/a, dell’amicizia e dell’affettività! Qualcuno potrebbe pensare che ciò avvenga per istinto di sopravvivenza ma se cosi è nei primi giorni di arrivo in residenza, vi assicuro che subito dopo è entusiasmo e voglia di stare insieme e di sperimentare anche la propria capacità di rapportarsi all’altro, di relazionarsi e vivere con l’altro. In collegio quando una persona ti è antipatica, ti viene più voglia di conoscerla, di diventare sua amica, perché non si ha nulla da perdere andandole incontro, perché l’altro può solo aiutarti a superare il narcisismo della vita e pian piano si impara ad amare, cosa alquanto preziosa per la nostra vita futura; perché, diceva Tonino Bello, la più grande sfortuna non è non essere amati, ma non amare.

Ed è per questo che il collegio diventa una sfida, un mettersi in gioco continuo, quindi una risorsa e non una zona protetta dove il giovane preferisce rifugiarsi.

Ma questa bella e variegata dimensione giovanile viene vissuta più coscientemente se supportata, guidata da un progetto educativo e i collegi universitari di ispirazione cristiana con la loro schiera di direttori ed educatori offrono questo servizio. Lo stile educativo non è unico, c’è ad esempio chi preferisce stimolare e spronare molto, chi invece crede che sia giusto valorizzare e affinare lo spirito di iniziativa, l’intraprendenza e il coraggio del giovane a vivere la vita comunitaria.
Soprattutto non bisogna dimenticare che la presenza dell’educatore è una garanzia e un aiuto perché il giovane non si disorienti nella sua crescita umana e nel suo cammino di fede. In questa prospettiva il convegno ha dedicato l’ultimo pomeriggio alla relazionalità redenta concretizzandola in un percorso artistico iniziato con la visione e meditazione della Cappella Redemptoris Mater al Palazzo Apostolico e conclusosi con la visita guidata alla Cappella Sistina.

Elisena Franzese

Medicina e Chirurgia all’ Università degli Studi di Roma La Sapienza e residente presso il collegio universitario “Regina Mundi”, Roma

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Impariamo a studiare per la vita, impariamo la responsabilità individuale e sociale che noi abbiamo assunta abbracciando questa via dello studio, la quale responsabilità ci impone di acquistare una vera cultura ed impariamo le responsabilità sociali e individuali che questa acquistata cultura ci impone. "

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Il campo della scuola dove noi lavoriamo è nobilissimo fra tutti, ma è immenso; così immenso che ognuna di noi si sente come un granello di sabbia, sperduto in una spiaggia battuta dalle onde in tempesta. Ci pare che il piccolo seme da noi gettato vada a sperdersi nella vastità del campo in cui seminiamo. Chi lo farà germogliare? Dio solo può rendere fecondo il nostro operare. Te stessa tu puoi offrire come prezzo di ciò che vuoi ottenere da Dio.

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UMILTA' e DOVEROSITA' ecco la buona volontà che Dio vuole da noi per darci la sua pace.E anche se si deve spendere un po' di fatica per acquistare questa umiltà e doverosità, come sarà ben ricompensata dalla pace che fiorirà nel suo cuore. 

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Buon Anno, con tutto quello che porta con sè di responsabilità e di doveri che prevediamo e con tutto quello di ignoto a noi che porterà con sè. Tutto sia vivo nella santa volontà di Dio e noi possiamo riposare serenamente, abbandonate nella dolce Provvidenza divina.

L.T. 1954



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